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PAC

La PAC appartiene alla sfera di competenza esclusiva della Comunità, è una pietra miliare della costruzione comunitaria e la discussione su di essa può essere considerata un barometro dello stato dell’arte della Comunità.

Ai sensi dell'articolo 33 del trattato che istituisce la Comunità europea (ex articolo 39 del Trattato di Roma, firmato nel 1957), la PAC si prefigge di: 
a) incrementare la produttività dell'agricoltura, sviluppando il progresso tecnico, assicurando lo sviluppo razionale della produzione agricola come pure un impiego migliore dei fattori di produzione, in particolare della manodopera, 
b) assicurare così un tenore di vita equo alla popolazione agricola, grazie in particolare al miglioramento del reddito individuale di coloro che lavorano nell'agricoltura
c) stabilizzare i mercati, 
d) garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, 
e) assicurare prezzi ragionevoli nelle consegne ai consumatori

Per raggiungere tali obiettivi l’art. 34 prevede la creazione di una organizzazione comune dei mercati agricoli (OCM) che si fondano sul rispetto dei principi della PAC: 
1. dell'unicità dei mercati agricoli
2. della solidarietà finanziaria
3. della preferenza comunitaria

Un commento CISA (volante) agli obiettivi all’articolo 33 (ex articolo 39)

Il punto a) è quello che esplicita l’impronta produttivistica della PAC delle origini, secondo la via maestra dell’industrializzazione dell’agricoltura; non dimentichiamoci che siamo alla fine degli anni 50’ e nei primi anni 60’. Oggi, quegli stessi punti possono essere reinterpretati in chiave sostenibile (con un po’ di equilibrismo cultural-politico), ma è sicuramente datata la costruzione dell’articolo: produttività, sviluppo razionale, impiego migliore dei fattori di produzione, sono concetti che andrebbero collocati in una cornice diversa dove assumono un significato diverso da quello avuto fino a ieri[1] ; forse la cornice dovrebbe essere quella dell’agroecologia, o del “save and grow[2]”?!. è una discussione aperta nel CISA. Dentro il CISA ci sono movimenti che hanno sempre criticato la scelta produttivistica/industrializzata, quindi organizzazioni professionali (sindacali) che ne hanno co-gestito diverse fasi(sarebbe interessante discuterne in una chiave storica che aiuta a guardare al futuro) fino a maturare l’esigenza di differenziarsi da quel modello che, nel contesto della globalizzazione, diventava sempre più unilaterale, monopolizzante e tendente al gigantesco. Questo, sul modello di sviluppo agricolo e agroalimentare, è un confronto che nasce nell’area più agricola-ruralista del CISA, compresa la cooperazione allo sviluppo, e coinvolge tutte le sue componenti. Per una minima completezza dell’informazione, dobbiamo dire che fino a ieri l’establishment agricolo del nostro Paese ha considerato “vera agricoltura” quella sviluppatasi con la PAC (grande azienda, monocultura, ecc …), mentre il resto “antico” erano cascami del passato che sopravvivevano, il resto “nuovo” era etichettato come “hobbistico”; punto forte di questo discorso le 300.000 aziende (il decile eminente) che producevano il 70/80% di quanto andava alla trasformazione industriale. Molti membri del CISA sanno come questo confronto fra “modelli di agricoltura”, con il relativo tentativo di scalfire l’egemonia di quello industrializzato subordinato prima all’industria di trasformazione, poi alla GDO, quindi a tutti i grandi soggetti a monte e a valle della produzione agricola, sia importante a livello internazionale per l’obiettivo della “sovranità alimentare”.

Il punto b) è quello che ancora oggi giustificherebbe la prima componente dei pagamenti diretti disegnati da Ciolos, cioè quello di base, fissa e omogenea per tutti, che sarebbe una sorta di “premio per l’esistenza”. Un sostegno al reddito che, in quanto tale, dovrebbe avere un tetto massimo. La giustificazione di questa componente riposa sui dati che dimostrano come il reddito medio agricolo sia ancora più basso di quelli degli altri settori; in poche parole, questo è un obiettivo che la PAC non ha raggiunto e quindi sopravvive ….

I punti d) ed e) sono quelli che aprono il confronto a moltissime della realtà del CISA e ai cittadini/consumatori (cioè tutti) in genere: come perseguirli per un consumo informato e responsabile? Come perseguirli di fronte alle sfide delle 3F (Food, Feed, Fuel) e agli oltre 9 miliardi di abitanti del 2050 ? A loro aggiungiamo anche il punto c), perché con gli effetti della speculazione finanziaria sui prodotti agricoli, questo punto è ridiventato scottante e problematico, interconnesso agli altri.

I principi della PAC in soldoni.

1. significa che i mercati agricoli nazionali entrano in un unico mercato agricolo comunitario togliendo le barriere doganali nazionali tra i Paesi membri; 2.significa che nel far fronte agli esborsi finanziari per le misure della PAC non si guarda a quanto ha versato un Paese alle casse comunitarie; di conseguenza, abbiamo Paesi che sono “debitori netti” e altri che sono “contributori netti”, anche sulla sola PAC (differenza tra prelievi alla frontiera su prodotti agricoli extra UE decisi dalla Comunità e versati alla Comunità, con i finanziamenti ricevuti dalla PAC). Ad esempio, nel biennio 2007/09 per la sola PAC erano “contributori netti” in ordine decrescente: Germania, Italia, UK, Paesi Bassi, Belgio,…, mentre erano “debitori netti” sempre in ordine decrescente: Grecia, Spagna, Polonia, Irlanda e Francia (la Francia diventa “contributore netto” aggiungendo le altre voci della spesa UE, come: coesione, competitività, ...), Portogallo, Ungheria,…; 3. sono le misure doganali (di ogni tipo) della Comunità rispetto ai Paesi extracomunitari; ovviamente, nella misura in cui sono significative e incisive delineano una “preferenza comunitaria”, nella misura in cui vengono abrogate (liberalizzazione) la “preferenza comunitaria” diventa sempre più irrilevante. Un breve commento: di fronte allo sfilacciamento del “sentire comunitario” a cui assistiamo, senza indagare in questo contesto dove si annidano le cause, una politica che ha la solidarietà finanziaria tra i Paesi membri, un mercato unico e la preferenza comunitaria (mi rendo conto che questa è più discutibile …, perlomeno nelle realizzazioni, come anche le regole per il mercato unico) è quasi un monumento vivente (o sopravissuto) a ciò che si potrebbe fare e non si in Europa.

ARRIVANDO AI NOSTRI GIORNI

Ancora oggi la PAC è una delle più importanti politiche dell'Unione Europea, le spese agricole rappresentano circa il 45% del bilancio comunitario. La sua elaborazione è soggetta alla procedura decisionale che prevede la maggioranza qualificata in sede di Consiglio e la consultazione del Parlamento europeo.

Inizialmente la PAC ha permesso alla Comunità di raggiungere rapidamente l'autosufficienza, ma con l'andare del tempo il suo funzionamento è diventato sempre più costoso a causa della sovrapproduzione (cereali, latte, carne, ecc..) e del livello eccessivo dei prezzi europei rispetto a quelli del mercato mondiale. Tra la fine degli anni 70’ e l’inizio degli anni 80’ scoppiò la guerra delle eccedenze commerciali agricole sui mercati internazionali tra UE e USA a suon di sovvenzioni alle esportazioni (UE) e di agevolazioni creditizie agli esportatori (USA) che permisero di esportare in dumping. Una guerra che fece danni nei Pvs: mise in crisi esportatori ormai affermati come Argentina, Brasile, Indonesia, ma soprattutto, rese inutile lo sviluppo agricolo nei Pvs importatori netti di alimenti che da allora confideranno sempre più nel mercato internazionale per approvvigionarsi, situazione che in seguito avrebbero pagato a caro prezzo (vedi le vite umane nella crisi 2007/08).

La riforma Mac Sharry del 1992 cercò di correggere la situazione secondo la cultura politica del momento (eravamo nella fase crescente del neoliberismo internazionale e delle liberalizzazioni e si stava preparando l’accordo GATT dell’Uruguay Round, 1994), cioè mediante una riduzione dei prezzi agricoli garantiti (in passato, nel CISA abbiamo a lungo discusso su prezzi garantiti e sostegno al reddito), compensata da pagamenti compensativi legati ai fattori di produzione (la Superficie Agricola Utilizzata-SAU, il numero dei capi di bestiame, ecc..) e dall'istituzione di misure dette "di accompagnamento". Va ricordato che, nonostante i cambiamenti successivi, ancora oggi abbiamo un Pagamento Unico Aziendale (PUA) che fa riferimento alla compensazione del 1992… Poi, ci fu la riforma del 1999, basata su Agenda 2000, che consolidò le modifiche apportate nel 1992 e individuò quali obiettivi prioritari la sicurezza dei prodotti alimentari, la difesa dell'ambiente e la promozione di un'agricoltura sostenibile; è opinione diffusa nel CISA che con Agenda 2000 aumentò la distanza tra obiettivi indicati che guardavano avanti e strumenti utilizzati prigionieri del passato. Gli obiettivi che non rientravano nella politica di mercato furono riuniti nello sviluppo rurale, che diventò il secondo pilastro della PAC. Inoltre, la riforma si prefiggeva l'aumento della competitività dei prodotti agricoli comunitari, la semplificazione della legislazione agricola e della sua applicazione, il rafforzamento della posizione dell'Unione nell'ambito dei negoziati dell'Organizzazione mondiale per il commercio (OMC) e la stabilizzazione della spesa. A tal fine fu decisa un ulteriore riduzione dei prezzi di intervento, compensata dall'aumento degli aiuti agli agricoltori. L'ultima riforma del giugno 2003, detta anche riforma Fischler, comportò i seguenti elementi: la semplificazione delle misure di sostegno del mercato e degli aiuti diretti, mediante il disaccoppiamento dalla produzione dei pagamenti diretti agli agricoltori (altro elemento di discussione nel mondo agricolo e nel CISA); il rafforzamento dello sviluppo rurale mediante il trasferimento di fondi dal primo pilastro della PAC allo sviluppo rurale attraverso la modulazione; un meccanismo di disciplina finanziaria (limitazione delle spese di sostegno al mercato e degli aiuti diretti tra il 2007 e il 2013).

Nel 2004 è stato varato un secondo pacchetto di misure: la riforma degli aiuti ai prodotti mediterranei (tabacco, luppolo, cotone e olio d'oliva), seguito nel 2006 dalla riforma dell'organizzazione comune di mercato (OCM) dello zucchero e nel 2007-8 dalle riforme delle organizzazioni comuni di mercato “dell'ortofrutta e del vino.”

Adesso, con la Riforma PAC da completare entro il 2013, sembriamo essere giunti al dunque di quello che è stato definito un processo di “riforma continua” della PAC il cui inizio si fa risalire alla Riforma Mc Sharry del 1992, anche se le prime avvisaglie di cambiamento senza cambiare la sostanza (si voleva mettere sotto controllo la spesa della PAC senza toccarne i principi e il funzionamento) risalgono al 1984, quando, tra l’altro, si intrudessero le famose “quote latte”. Il primo atto è stata la comunicazione di Ciolos (Commissario UE all’agricoltura) dal titolo: “La PAC verso il 2020: rispondere alle future sfide dell’alimentazione, delle risorse naturali e del territorio” del novembre 2010.


[1] Si può dire che una stessa sorte attende anche il concetto di “competitività”, che non può più essere semplicemente e brutalmente, quello di “che vince fa fuori tutti gli altri”.

[2] Riferimento al recente lavoro FAO, “Save and grow”, Roma 2011.

Incontro” Gruppo riforma PAC” del CISA presso la sede dell’AIAB, via Piave 14, Roma (11 aprile 2012)

pubblicato 17/apr/2012 14:39 da site admin   [ aggiornato in data 17/apr/2012 14:40 ]

Presenti in sala: in ordine di arrivo, Marco Foschini (Coldiretti), Fabrizio De Pascale (UILA-UIL), Daniela Sciarra (Legambiente), Andrea Ferrante (AIAB). Collegati via skype: Francesco Benciolini (ARI), Paola Peretti (nuovo presidente ARI), Memmo Buttinelli (Associazione Michele Mancino)

La discussione

Inizia Fabrizio De Pascale ricordando alcune posizioni del sindacato (non solo la UILA), cioè il fatto che nella “convergenza” del sostegno tra paesi non si sarebbe dovuto tener conto solo della superficie agricola, ma anche del lavoro sotto una duplice veste: la quantità di lavoro e la dimensione salariale (il costo del lavoro), poiché esistono significative differenze tra i paesi UE. Occorre portare avanti un discorso di “decent work”, non si dovrebbero dare aiuti pubblici a soggetti che non applicano la legislazione sociale, a chi non rispetta il lavoro. Su questi temi e nel loro risvolto nella riforma della PAC – dice De Pascale- vorremmo sollecitare l’attenzione della società civile (sc), poiché ci sembra una questione di fondo che deve vedere la sc come protagonista. Sollecitato da Foschini sulle posizioni espresse nel “Documento di proposte della filiera agroalimentare italiana” (novembre 2011), su “Posizione del Coordinamento europeo Via Campesina”(dicembre 2011) e su quelle del “Pacchetto latte” (Febbraio 2012), De Pascale ha sostenuto che sulla definizione di “agricoltore attivo” l’UE dovrebbe lasciare campo agli Stati membri, tra l’altro la Commissione UE dovrebbe ricordare la lezione dell’OCM cotone quando, su ricorso della Spagna, fu bocciato il suo tentativo di stabilire parametri sul costo del lavoro validi per tutti (one size fits all) per mancanza di “proporzionalità”. De Pascale conclude affermando che Ciolos ha preso in mano un pacchetto che viene dal passato quando il problema era la gestione delle eccedenze, quindi si tratta di una riforma che guarda troppo ai vecchi equilibri; oggi e in prospettiva, si ripropone il problema di produrre beni alimentari (breve intermezzo con i presenti e si precisa: produrre in maniera sostenibile), l’UE avrà un problema riconducibile al tema della sua “sovranità alimentare”.

Andrea Ferrante ricorda che il problema centrale è la remunerazione del lavoro, sono ormai molti anni che assistiamo ad un costante processo di chiusura delle aziende agricole. Nell’UE la dimensione media delle aziende agricole è di 14 ha.; invece, anche con la riforma si da troppa continuità ad un sistema di sostegno che in Italia privilegia in maniera esorbitante solo 60.000 aziende. Questa PAC ha un problema di base che non viene risolto dalla riforma ipotizzata: essa nega la struttura produttiva esistente e su cui occorrerebbe puntare, per consolidare forme di “rendita agraria”, anche grazie anche ad un “phasing out” veramente lungo (2019). La discussione che sta avvenendo nel Parlamento UE, stiracchiata da ogni tipo di lobby e di interesse particolare, ha aspetti surreali. Intanto, il Parlamento UE ha deciso di posticipare il voto sulla riforma della PAC a quello sul bilancio, poiché in base alle voci relative ai cambiamenti nel bilancio, non c’è giorno in cui non scompaia un pezzo di riforma PAC (in primis, il greening) per poi ricomparire il giorno successivo. Questo è lo stato dell’arte della riforma della PAC, che, ricordiamolo, è la più importante politica dell’UE, come dire, se il buongiorno si vede dal mattino..…. L’AIAB lancia un momento di confronto semipubblico per il 27 aprile p.v. presso la Città dell’Altra Economia (CAE) a Roma, tutti i membri del CISA sono invitati per un confronto tra di noi, diciamo semipubblico.

Foschini cerca di avviare il discorso sulla ricerca di una visione d’insieme, una direzione entro cui collocare le singole richieste che, inevitabilmente fanno riferimento alla riforma proposta dalla Commissione UE, anche facendo il punto sulle posizioni già avanzate dai diversi attori, compresi quelli presenti nel “gruppo riforma PAC” e nel CISA. A riguardo, Foschini sottolinea qualcosa che attualmente è sottotraccia (almeno nel CISA) ma contiene risultati importanti che costituiscono una sfida e una grossa opportunità per l’associazionismo economico agricolo (e la sua leadership), cioè, i contenuti del “Pacchetto latte” la dove si indica la possibilità degli Stati membri di rendere obbligatoria la stipula di contratti scritti per la fornitura di latte crudo, dove a negoziare saranno le Organizzazioni dei Produttori (OP) a nome degli agricoltori aderenti e i contratti dovranno contenere il prezzo alla consegna, i volumi interessati, la durata e le modalità per la raccolta e la consegna del latte crudo, i periodi e le procedure per il pagamento. Ancora, c’è una norma che consente la regolazione dell’offerta del formaggio DOP o IGP (chi non ricorda la vexata quaestio del Parmigiano Reggiano in merito); in breve, conquiste importanti per riequilibrare i rapporti dentro la filiera agroalimentare che faranno discutere: sono una prima breccia per una possibile generalizzazione ad altri settori!? Regolazione pubblica dei mercati o via contrattualistica privata: sono percorsi da integrare o alternativi !? Qual’è la cornice e la direzione di marcia in cui si può cercare di connettere richieste particolari (delle realtà del CISA) legate all’ipotesi di riforma sul tavolo e l’indicazione di un orientamento prioritario !?

A riguardo Ferrante precisa che è particolarmente preoccupato dal finanziamento delle OP ortofrutta e delle assicurazioni nel 2° pilastro, a suo dire prosciugheranno il finanziamento per lo sviluppo rurale e rappresentano un taglio reale, ma occulto, del 2° pilastro. Inoltre, occorrerebbe un 3° pilastro della PAC costituito dalle regole igienico-sanitarie che possono consentire una sviluppo dell’agricoltura locale (produzione, trasformazione, vendita). Infine, la “piccola azienda”: il riconoscimento che c’è nella proposta di regolamento è una liquidazione della piccola azienda, occorrerebbe anche una definizione di piccola azienda nel regolamento, ovviamente con la dovuta sussidiarietà.

Via skype Francesco Benciolini sostiene che la proposta di riforma non ha preso una direzione per cambiare approccio. Come andrebbero orientati i soldi della PAC: per premiare il lavoro, per favorire l’inverdimento (a proposito, ci vuole la rotazione non la diversificazione di tre colture). Questo è un documento che cambia poco nella sostanza, questa è una considerazione di partenza condivisa nel CISA, in particolare dalla Coldiretti ? Inoltre, parliamo spesso di piccole aziende e di aziende marginali, intendendo quelle nelle aree marginali, questo però non deve distrarci dal fatto che l’obiettivo deve essere la transizione delle medie aziende, che sono il cuore del sistema produttivo.

De Pascale ritiene che il compito del CISA sia quello di portare il confronto sulla PAC nella sc, in questo senso si deve essere critici rispetto al presupposto della proposta che è ancora quello delle eccedenze, mentre occorre produrre di più e meglio.

A questo punto c’è stato uno stretto scambio di opinioni tra i presenti in cui è emersa l’opinione che occorrerebbe verificare un’intuizione molto critica nei confronti della distribuzione degli aiuti, percepiti come troppo legati alla fotografia del passato, sospettati di essere i continuatori di una rendita di posizione (agraria) che non ha più, da tempo, giustificazioni economiche (il decile eminente!?, almeno quando se ne parlava erano 300.000 aziende ed erano altri tempi, non 60.000, inoltre, ora è un sostegno al reddito…?), ne tantomeno sociali e ancora meno se “guardiamo al futuro che vorremmo”; in breve, c’è fin troppo spazio per l’ipotesi di una “casta agricola/poco agricola” ed è quanto mai necessaria una “spending review” della PAC. Ci sembra molto inopportuna la decisione di non rendere disponibili, per una questione di tutela della “privacy”, i dati su chi prende il sostegno; la PAC ha bisogno di trasparenza, d’altronde, è un sostegno al reddito con denaro pubblico, quindi la trasparenza dovrebbe essere un atto dovuto (con una parte di retribuzione della produzione di beni pubblici?). Parlandone si fa largo l’evidenza che con questa politica ci potrebbe essere lo sfruttamento di un consenso (amore/nostalgia/attenzione/simpatia/ecc..) diffuso tra i cittadini relativamente all’immagine del binomio contadino/agricoltore-campagna/natura (la madre terra), per sostenere quella che potrebbe essere una “casta”(almeno in parte, con differenze da paese a paese);un aspetto poco indagato del furto politico dell’immagine del “made in the countryside”. In breve e più prosaicamente, si avverte l’esigenza di cercare/fare chiarezza sulla distribuzione del sostegno, sul tipo di attori che privilegia, sui suoi effetti sui comportamenti e le strategie messi in atto nel mondo agricolo e agroalimentare; cioè, un contesto che interessa tutti.

Via skype Memmo Buttinelli si ricollega al grande obiettivo della valorizzazione del lavoro, per toccarne gli aspetti problematici nelle realtà difficili. Emersione del lavoro, del lavoro delle donne, del lavoro nero, ma ci sono realtà dove non ci sono servizi a valle della fase produttiva e per servizi intendo la possibilità di trasformare e vendere in un mercato locale, per cui l’azienda agricola è in mano alla GDO e alla alternativa “o lavoro nero, o chiusura”; qui è chiaro che non se ne esce se non c’è una trasformazione del sistema.

Daniela Sciarra mette l’accento sulla questione di fondo del CISA: come CISA abbiamo la necessità di portare il tema della PAC dentro la sc per far camminare un nuovo concetto di agricoltura in cui si valorizza il lavoro, si cammina verso una green economy creata dal basso, si creano opportunità per i giovani e le cooperative e, in particolare con le politiche di sviluppo rurale, si possono affrontare positivamente le connessioni del rapporto tra produzione, terra e acqua.

Via skype Paola Peretti robadisce quanto sia complesso parlare di PAC quando si entra nei suoi meccanismi e si perde di vista la prospettiva. Molto concretamente, nell’esperienza di una piccola azienda ortofrutticola può accadere che ci vuole un altro lavoro per “pagare” l’azienda, che si cercano dei polacchi invece degli italiani per risparmiare 1 €. Nell’ortofrutta non sono mai arrivati troppi sostegni e quelli che sono arrivati arrivano attraverso le organizzazioni dei produttori, chi non ne fa parte è fuori. In breve, deve essere pagato quello che produciamo, altrimenti non si va avanti.

Ferrante informa che il 24-25 aprile ci sarà l’assemblea di Via Campesina a Roma, con due iniziative il 23 e il 24 aprile, una sul “lavoro migrante” e l’altra” sulla questione terra”; ma soprattutto Ferrante informa che il 27 aprile l’AIAB organizza un incontro semipubblico sulla riforma della PAC presso la Città dell’Altra Economia (CAE) a Roma, l’invito a partecipare è rivolto a tutti i membri del CISA.

Conclusioni interlocutorie

Si è pensato ad un documento in due parti, che dovrebbero preparare il terreno ad una terza parte. La prima sarebbe quella centrata sulla PAC, una politica importante a partire dalla spesa che implica; in particolare, in questi tempi di vacche magre. Dalla spesa per la PAC alla distribuzione del sostegno PAC con il tentativo di individuare chi premia e quali conseguenze ha una simile distribuzione del sostegno ( se non fosse troppo pretenzioso: da dove viene, chi premia e dove può portare).

La seconda parte invece dovrebbe essere centrata sul tipo di agricoltura che vorremmo alla luce di quello che c’è, delle sfide che abbiamo davanti nell’interdipendenza tra locale e globale, della sovranità alimentare, della green economy e della nostra sensibilità per il “lavoro”, ecc..

Nella terza parte si dovrebbero tirare le conseguenze dell’integrazione (analitica e politica) tra le prime due parti, nonché confrontarci con le proposte sul tappeto. Si tratta di un lavoro che avrebbe come punti di raccordo e confronto il 27/4, nell’iniziativa AIAB, e l’8/5 nell’incontro CISA sulla “riforma della PAC”; quindi c’è da leggere, tessere la tela e scrivere.

Un’annotazione sul contesto generale

pubblicato 05/lug/2011 01:17 da site admin

L’Italia cresce meno dei partners europei, l’Europa cresce meno dei  grandi Paesi emergenti[1] e anche degli USA; in un contesto competitivo la mancata crescita fa da detonatore ai problemi della società: dalla riforma del welfare al bilancio, fino al problema dei problemi, la mancanza di lavoro.

La priorità trasversale alle politiche di governo è “riprendere a crescere”: per farlo si va dalla riorganizzazione (con nuove regole) e liberalizzazione di snodi importanti del “sistema Paese”, agli investimenti per rilanciare economia e capacità competitiva (formazione, infrastrutture, greening economy). Normalmente, le due ricette sono indicate come alternative dagli schieramenti politici contrapposti; concretamente e quando c’è una reale volontà politica, quello che si fa è un mix delle due strategie che, tra l’altro, sono sempre più dipendenti dal grado di collaborazione intraeuropea.

Fermi alla necessità di “difendere i campioni nazionali” sui mercati internazionali, ma spesso vincolati ad interessi ancor più particolaristici[2], adagiati su una prassi politica che ad ogni scelta macroeconomica e settoriale associa qualche attore economico di una ristretta oligarchia, a cui non sono estranei pezzi dell’amministrazione pubblica, che gestisce in conto e per conto del “sistema Paese”, nei mass media più diffusi si esorcizza l’emergere di una preoccupazione centrale della società civile, evidenziatasi tra le doglie della crisi economica globale.

Con l’arrivo dei Paesi emergenti sullo scenario economico globale in un contesto prevalentemente competitivo/conflittuale[3], sono enormemente cresciute le possibilità di crisi di sovrapproduzione della capacità produttiva globale ed emerge la consapevolezza, il timore, delle potenzialità implosive  del modello produttivistico-consumistico, tanto che è difficile immaginare come saranno riassorbiti i problemi che questa situazione sta generando[4]; anche in presenza di svolte epocali, come potrebbe essere la greening economy. In breve, non si potrà più risolvere il problema della mancanza di lavoro come si è fatto in passato nei Paesi sviluppati, con “pochi che preparavano il piattino per molti”. Industrializzazione e concentrazione oligarchica della decisionalità economica e politica, consumismo e democrazia di massa, sono i passaggi di una ricetta che non può più avere le pretese egemoniche vantate fino ad oggi, che non può più presentarsi come esclusiva e divoratrice di altri paradigmi perché non è in grado, da sola, di fare l’interesse generale.

Dentro la società civile sta crescendo la consapevolezza che se non ci diamo “daffare anche dal basso” nessuno risolverà per noi il problema del lavoro; questa è la radice più oggettiva e condivisa del male sociale dei nostri tempi. E’ una situazione che già ora, ma ancor più protraendosi, può generare sfiducia e sollecitare degenerazioni populistiche; noi facciamo parte di quella fetta di società civile che, da mille rivoli, ha capito che deve coinvolgersi, deve contribuire ad aprire ed allargare l’orizzonte, la ragione e le ragioni delle decisioni politiche da prendere, sollecitandole e provocandole. La mancanza di lavoro e il male sociale che si annida attorno a questo snodo, ha moltissime dimensioni e radici oltre a quella immediata della mancanza di un’occupazione; queste vengono a galla e diventano un’occasione per pensare e realizzare il “nuovo” riqualificando il rapporto tra lavoro e sviluppo.

D’altronde, se l’imperativo è la crescita, sappiamo che la crescita deve essere “sostenibile” e la sostenibilità ha bisogno di una consapevolezza personale, comunitaria e condivisa, che differisce molto dalle generalizzazioni eterodirette dell’opulenza consumistica; qui, inizia un lavoro che altri non vogliono e non possono fare al posto nostro.

Il contesto specifico: la PAC

Dietro la Politica Agricola Comunitaria (PAC) c’è un patto sociale di grande valore[5] di cui oggi non abbiamo più memoria: si trattava di costruire una Comunità europea (Ce) di popoli, di interessi, culture, che superasse conflitti secolari e di dare da mangiare agli europei, da poco usciti dalla guerra e con sistemi agricoli che, più o meno, presentavano vaste sacche di arretratezza; non tanto e non solo dal punto di vista tecnologico, ma nei rapporti di produzione, nelle condizioni di lavoro e nelle condizioni di vita di vaste realtà del mondo rurale. 

Erano gli anni dell’intervento dello Stato nell’economia[6] e anche la PAC prese forma da questa filosofia, come l’altra grande politica agricola già in vigore, il “Farm Bills” statunitense[7]. Prezzi minimi determinati politicamente per molti prodotti agricoli, barriere alle importazioni e sussidi alle esportazioni extra Ue, queste erano le misure più “pesanti” della nascente PAC.  Esse furono accettate[8] a livello internazionale perché c’era intesa sul fatto che l’agricoltura dovesse rimanere fuori dagli accordi di progressiva liberalizzazione commerciale del GATT, la Ce era deficitaria nei principali prodotti agricoli e non spaventava i Paesi esportatori; infine, essa accettò uno scambio con gli USA, cioè, il suo protezionismo poteva estendersi su molti prodotti tranne che sulle proteaginose, dove gli USA già dominavano il mercato internazionale.    

Nei campi decollò un modello di sviluppo centrato sull’industrializzazione di stampo fordista dell’agricoltura, mentre si andò consolidando una gestione della misure della PAC pervasivamente burocratizzata che contribuì ad eclissare la dimensione politica e culturale della trasformazione del mondo agricolo; la PAC diventò il dominio esclusivo di esperti di pratiche del settore.

Agli inizi degli anni ottanta i risultati produttivistici dell’agricoltura comunitaria[9], con l’accumulo di eccedenze agricole[10] da esportare sui mercati internazionali grazie ai sussidi alle esportazioni, fecero riemergere l’agricoltura dal suo “ghetto dorato[11]”. Alcuni osservatori[12] gli attribuirono una serie negativa di primati, poiché pesava nelle tasche degli europei in due modi: i. il protezionismo della PAC era all’origine degli alti prezzi dei generi alimentari che colpivano il consumatore, mentre, ii. la gestione degli interventi della PAC rappresentava un costo crescente per il contribuente. Ancora, emergevano le prime critiche “ambientalistiche” con la denuncia di un uso troppo intensivo dei terreni ed un connesso impatto ambientale negativo; senza dimenticare gli effetti depauperanti che la “guerra delle eccedenze” tra le due agricolture più sostenute[13], quella UE e quella USA, creò nei Pvs e nei loro sistemi agricoli.

Da allora, partì quello che è stato definito il processo di “riforma continua” della PAC[14] e molte cose sono cambiate, in particolare nel clima generale che fa sfondo agli sforzi riformisti. Dal “pensiero stupendo (unico)” della liberalizzazione commerciale dei mercati agricoli e dello sviluppo “exported oriented”, preludio di una nuova divisione internazionale del lavoro che avrebbe potuto fare a meno dell’agricoltura europea ed, in particolare, di quella italiana, si è approdati alla crisi globale dei picchi dei prezzi agricoli del 2007/08, antesignana di quella finanziaria ed economica, con il mondo che ha visto salire la stima (FAO) di coloro che soffrono cronicamente la fame, oltre il miliardo di persone. Da ultimo, una volatilità dei prezzi delle commodities agricole che rende incerte le condizioni stesse dell’attività produttiva agricola; in cui gioca un ruolo importante una finanza internazionale[15] che con le deregolamentazione dei primi anni duemila, può investire/speculare su derivati che replicano l’andamento dei prezzi agricoli, finendo per manipolarne l’andamento.

Se la PAC era nata nella fase dell’interventismo statale, il suo processo di riforma iniziò nell’era del neo-liberismo trionfante. Con una priorità globale centrata sull’integrazione commerciale, con le eccedenze produttive e l’esplosione del costo della PAC alimentato dalle sue misure interventiste, i casi di “mala gestione” che quel sistema aveva favorito,  la riforma non poteva che prendere la strada del “riavvicinamento al mercato”. Nel 1992 la parola chiave fu quella del “disaccoppiamento”: gli aiuti, che prima venivano concessi sulla base della quantità prodotta nell’annata agraria in questione, ora sarebbero stati determinati facendo riferimento a quanto distribuito nel periodo 1986-91, dove quell’ammontare complessivo venne diminuito, dopodiché negli anni a venire si sarebbero distribuiti gli aiuti aziendali sulla base di quella fotografia, indipendentemente dalla reale produzione agricola; cioè, “disaccoppiati” dalla produzione corrente.  Oltre al “disaccoppiamento”, nel 1992 con le misure d’accompagnamento si fece un passo in avanti verso quello che diventerà il secondo pilastro della PAC (dopo la conferenza di Cork del 1996), quello delle misure per lo “sviluppo rurale”.  

Nel frattempo con l’Accordo sull’Agricoltura (AsA), che fa parte degli accordi GATT dell’Uruguay Round siglati a Marrakech nel 1994, iniziò la deregolamentazione dei mercati agricoli regionali e nazionali. Le porte sembrarono spalancarsi per quel modello di industrializzazione dell’agricoltura che dal secondo dopoguerra ad allora aveva causato l’assottigliamento del numero delle aziende agricole[16] e la quasi scomparsa dei contadini nei Paesi sviluppati, la concentrazione della produzione agricola (in particolare sulle grandi commodities), l’allungarsi della filiera agroalimentare con il potere, in tutte le sue versioni, che si spostava sempre più a valle e a monte dell’impresa agricola; prima verso la grande industria di trasformazione, poi la grande distribuzione organizzata (GDO), quindi le compagnie transnazionali che producono gli input agricoli[17].

Però, con la deregolamentazione dei mercati e la globalizzazione questo modello entrava in una nuova fase: dalla modernizzazione guidata dall’interventismo statale nazionale (o regionale) neokeynesiano, si passava  alla globalizzazione privatistica guidata dalle grandi compagnie transnazionali; ma, proprio in quell’accordo, l’AsA, che non pochi nelle società civile considerano la pietra miliare di una svolta “preoccupante”, i negoziatori francesi avevano voluto inserire un’espressione che apriva a nuovi scenari: si parla della necessità di “considerare le funzioni non strettamente produttive dell’attività agricola”, era la strada della “multifunzionalità” dell’attività agricola.

Inoltre, se in quegli anni nella Ce sembravano plausibili discorsi come quello di una nuova divisione internazionale del lavoro in cui la produzione agricola non sarebbe toccata alla Ce, in quanto quel modello garantiva abbondanza di cibo (compreso il fast food, lo junk food, ecc,…) a basso costo proveniente da tutto il mondo e nel potere d’acquisto degli europei il cibo non era la voce più importante; dove quel modello stava pesantemente fallendo era nei Pvs, in particolare in quelli che erano importatori netti di beni alimentari e non avevano governi in grado di interloquire seriamente con le compagnie transnazionali per difendere una parvenza di interesse nazionale.  

Sotto lo slogan dello sviluppo trainato dalle esportazioni nei mercati “ricchi”[18] e dopo l’ondata degli aggiustamenti strutturali imposti da BM e FMI, l’investimento nell’agricoltura di base dei Pvs calò drasticamente. Poiché non tutti i Pvs hanno le potenzialità naturali e le condizioni istituzionali, politiche e sociali, per ripercorrere il modello dell’industrializzazione di massa proprio mentre esso soffre, sempre più frequentemente, di crisi di sovrapproduzione[19] e non è più generalizzabile, per quell’oltre 50% della popolazione complessiva che viveva nelle aree rurali, che aveva un potere d’acquisto troppo basso e per l’80% mangiava cibo prodotto localmente, le condizioni di autosufficienza alimentare stavano diventando sempre più critiche.

In Europa partì una reazione spontanea[20] dello stesso mondo produttivo che iniziò un processo di diversificazione con l’agriturismo, quindi arrivò la svolta culturalmente più impegnativa e olistica del biologico; infine, prese piede il discorso della “multifunzionalità” dell’attività agricola e iniziarono a rinnovarsi vecchie forme di “resistenza contadina” che acquisirono una  nuova consapevolezza. “Multifunzionalità” è una parola di scarsa efficacia comunicativa, dietro ad essa e guardando avanti, c’è la comprensione del fatto che l’attività agricola ha svolto e può svolgere, se si attiene a determinate modalità e finalità, una funzione di tutela dell’ambiente[21] e del paesaggio, è importante nello sviluppo rurale e in una coesione sociale che non marginalizza le campagne, prelude ad una diversificazione che è segno di ricchezza di “senso”, prima ancore che nelle attività e nel modo di realizzarle. Questi concetti sono via, via, entrati nel dibattito cresciuto intorno al percorso della “continua riforma della PAC”, anche se è facile constatarne l’ambiguità nello scollamento tra il rinnovamento di finalità ed obiettivi e misure concrete che continuavano a guardare al passato, come nel caso di Agenda 2000 del 1999. Mentre, quella che doveva essere una semplice revisione di medio periodo, fu più efficace nella modifica delle misure: è il caso della “riforma Fischler” del 2003. Una certa “vischiosità” era impossibile da evitare, sia per dare tempo alla gestione dei processi, sia perché la PAC rappresenta un punto d’equilibrio (anche distorto, ma sempre equilibrio) tra settori a livello nazionale e comunitario, tra diversi tipi di agricolture ed è sotto il bilancino degli Stati, molto attenti a capire se i cambiamenti si traducono in una perdita di finanziamento per loro;  ora siamo giunti alla tappa più importante del percorso.    

Grazie agli input dei Vertici Mondiali sull’Alimentazione della FAO, a partire dal primo del 1996, ai Forum paralleli della società civile internazionale svoltosi in occasione di quei Vertici, attorno al problema della sicurezza alimentare e del diritto al cibo crebbe un confronto, una convergenza di opinioni e idee tra associazioni e soggetti diversi, tra attori sociali con una pluralità di sensibilità culturali e di focus tematici veramente ampia e significativa. Oltre a quelle contro la fame e la denutrizione, si va dalle organizzazioni contadine dei Pvs a diverse organizzazioni professionali agricole  europee, dal mondo delle Ong della cooperazione allo sviluppo a quello ambientalista, dai consumatori alle associazioni per la tutela dei bambini, da quelle per la tutela del ruolo della donna a quelle per la valorizzazione della cooperazione, per la tutela del lavoro dipendente in agricoltura e nella filiera agroalimentare, per il fair trade, ecc..

In questo “luogo tematico d’aggregazione” della società civile c’è un concetto centrale che funge da catalizzatore e uno scenario di fondo a cui si guarda come ad una prospettiva sempre più esigente, interpellante: il primo è quello della “sovranità alimentare”, il secondo è quello della “sostenibilità” delle trasformazioni socioeconomiche.

Con la “sovranità alimentare” si afferma il “diritto dei popoli a definire le proprie politiche e strategie sostenibili di produzione, distribuzione e consumo di alimenti che garantiscano a loro volta il diritto all’alimentazione per tutta la popolazione[22]”: un concetto eminentemente politico che integra quello individuale del “diritto al cibo”, mostrandone la dimensione sociale; poiché, a partire dall’alimentazione, non ci si salva da soli e neppure ci salvano (tutti gli uomini, tutto l’uomo) i guru[23] dell’agroalimentare globale. Se quella è la condizione politica ed economica da realizzare, lungo la strada da percorrere non si può prescindere dalla “sostenibilità”, che all’inizio del cammino era uno sguardo solo di tipo ambientale,  poi quello sguardo si è progressivamente  allargato includendo la sostenibilità sociale ed economica (il mondo rurale ed il lavoro, il rapporto tra produzione e consumo), culturale (qualità e/o stile di vita), la sostenibilità eco sociale e politica dei nostri sistemi.

Dentro questo percorso c’è la PAC e la sua riforma, da decidersi entro il 2013, dead line della PAC attuale, c’è l’esperienza dell’agricoltura europea dalla fine degli anni cinquanta ad oggi, “croce e delizia”, è proprio il caso di dirlo, per tutti quelli che sono coinvolti nel cammino descritto.

Croce perché la PAC è salita più volte sul banco degli imputati: a parte le organizzazioni professionali agricole europee, scagli la prima pietra chi non ha criticato la PAC perché le sue  barriere doganali impedivano l’arrivo dei prodotti dei Pvs nel mercato comunitario, poi, perché l’”escalation tariffaria” favoriva le industrie di trasformazione alimentare comunitarie lasciando i Pvs nel ruolo di semplici produttori di materie prime; evidenziando un’ambiguità della PAC che, da una parte ha favorito il sorgere di un sistema agroalimentare moderno legato ai prodotti locali (la caratterizzazione nazionale-regionale dei sistemi agroalimentari), dall’altra è servita per rafforzare una trasformazione e una distribuzione comunitaria che si ingigantivano usando i Pvs come fornitori di materia prima a basso costo, prima del balzo verso la globalizzazione. Chi non ha criticato la PAC per il suo aiuto alle mucche, ad esempio, superiore al reddito pro capite di molti poveri dei Pvs , chi non ha criticato la PAC per i sussidi alle esportazioni che verso la fine degli anni 70’ e nei primi anni 80’ erano una voce di spesa molto importante e causavano un dumping commerciale sui mercati internazionali, colpendo Paesi esportatori come l’Argentina, il Brasile, l’lndonesia, le Filippine[24], ma soprattutto mortificavano gli sforzi degli agricoltori di Pvs importatori netti di cibo che non potevano competere con i prezzi dei prodotti sovvenzionati. Altra croce è quella delle critiche ambientaliste, infatti, l’impianto produttivista della PAC aveva favorito metodi intensivi con un impronta ecologica non sostenibile; tra i vari dati citabili ne ricordiamo uno “particolare”: il bestiame (in particolare quello dei grandi stalle senza terreno) produce il 18% dei gas serra che intrappolano il calore nell'atmosfera, è responsabile del 40% delle emissioni di metano e del 65% delle emissioni di protossido di azoto, un gas che produce un surriscaldamento 300 volte più potente di quello dell'anidride carbonica.

Delizia perché? Anche se le ragione più antiche fatichiamo a riportarle a galla, ci sono: costruire integrazione tra i popoli includendo la sicurezza alimentare e la trasformazione delle campagne, fu una grande scelta politica nel segno della “sovranità alimentare”, poiché il mondo agricolo ha bisogno di politiche che ne rendano possibile e ne orientino la trasformazione. Però, oggi, la legittimazione più forte per una politica agricola ci viene dai contadini dei Pvs, cioè da coloro che potrebbero guardare alla PAC con sospetto per certi suoi effetti, invece, sono loro che ci ricordano come in un mondo che procede verso l’integrazione economica globale[25], le politiche agricole regionali, integrate con quelle nazionali e locali, sono uno strumento necessario per la sicurezza alimentare e la “sovranità alimentare”; in breve, ci vorrebbero tante PAC in giro per il mondo, ovviamente non politiche che diventano strumenti per “farci le scarpe gli uni con gli altri” sul mercato internazionale.

Due sono le condizioni più chiare emerse nel confronto dentro la società civile: per umanizzare ( mi si passi il termine) un’integrazione economica globale e globalizzante, il passaggio intermedio da caratterizzare positivamente sono le “integrazioni regionali”, ma tra le condizioni necessarie per l’integrazione regionale c’è: i.) una politica agricola regionale che orienti e favorisca la trasformazione del mondo agro-rurale, ii.) gli agricoltori, i contadini e le realtà rurali locali, devono essere attori co-protagonisti di queste politiche; allargando numero e ruolo degli stakeholders coinvolti man mano che la “questione agricola”  diventa più olistica nella consapevolezza dell’intera società civile.

A questo punto non ci rimane che andare a veder cosa si prospetta per la riforma della PAC, con la “Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni” , “La PAC verso il 2020: rispondere alle future sfide dell’alimentazione, delle risorse naturali e del territorio” del Commissario europeo all’agricoltura Dacian Ciolos.  



[1] Cina, India, Brasile, Sud Africa, ecc…

[2] Alcuni commentatori politici sostengono che la tutela dei “campioni nazionali” prevede una chiara, anche se può essere non condivisibile, visione del “sistema Paese”; secondo costoro in Italia questa visione non c’è e  ci fermiamo ad interessi molto più particolaristici.

[3] In “The ways out of the crisis and the building of a more cohesive world” del 2009, Stiglitz e Fitoussi ci dicono che le radici strutturali della crisi poggiano su una “domanda mondiale debole” causata da un’iniqua distribuzione dei redditi iniziata negli anni ottanta, in particolare nei Paesi sviluppati (la corsa al ribasso). Questa lettura è l’altra faccia di quelle che si basano sulle crisi di sovrapproduzione; crisi correggibili, secondo gli autori, con una maggiore collaborazione dei leaders nell’interesse dei popoli. Ancora lungo questo filone neokeynesiano, una più aperta e finalizzata collaborazione tra i Paesi a livello internazionale potrebbe dar vita ad uno scenario macroeconomico internazionale diverso: lo dimostrano Pietro Catte, Pietro Cova, Patrizio Pagano e Ignazio Visco nel Quaderno n.69 della Banca d’Italia, “Il ruolo delle politiche macroeconomiche  nelle crisi globali” del luglio 2010. Purtroppo, la realtà è quella di una competizione-conflittuale tra Paesi, tra aree regionali, tra imprese transnazionali che rifanno a diversi padrini; dove, di fronte agli eventi, i governi si accordano solo ex post (e mai fino in fondo) per evitare il peggio per tutti, non certo per gestire la situazione al meglio per i popoli.  

[4] Da due anni le indagini campionarie ci dicono che le principali paure degli italiani sono legate alla situazione economica (perdita del lavoro, costo della vita, ecc..).

[5] Fine anni cinquanta, inizio anni sessanta del secolo scorso.

[6] Quelli che Ralf Dahrendorf definì come “l’età dell’oro delle democrazie occidentali” nel libro, “Quadrare il cerchio” del 1995.

[7] Però i “Farm Bills”, invece di determinare politicamente, con riunione dei ministri agricoli della Ce, i prezzi agricoli d’intervento (con i ritiri dal mercato da parte degli enti statali preposti, in Italia era l’AIMA), lasciavano che il prezzo si formasse sul mercato, poi intervenivano con un’integrazione di reddito all’agricoltore se il prezzo di mercato fosse risultato inferiore al prezzo ritenuto idoneo per un’adeguata remunerazione (metodo del deficit payments). 

[8] Silenzio assenso.

[9] Qualcuno dice che la PAC fu messa in crisi dal suo stesso “successo”.

[10] Grano, latte e derivati, carne, ecc..; da italiani abbiamo sempre fatto notare che erano quasi tutti prodotti dell’agricoltura continentale.

[11] Dorato per l’ammontare dei finanziamenti, di cui anche qualcuno “non agricolo” usufruì ampiamente, che però non hanno  impedito che il settore abbia, tutt’oggi, un reddito medio pro capite inferiore del 40% a quello di altri settori.

[12] Ad esempio, il compianto Secondo Tarditi, un esperto di PAC ingaggiato dalle nascenti organizzazioni dei consumatori. 

[13] Sostanzialmente, esse esportavano facendo del “dumping commerciale”.

[14] Dai primi aggiustamenti come le “quote latte“ e le misure compensative del 1984, alla riforma Mc Sharry del 1992, poi Agenda 2000 nel 1999, la riforma Fischler del 2003, l’Health Ceck della PAC del 2008, ed ora il nuovo appuntamento in vista del 2013.

[15] Ricordiamo che gli attivi finanziari globali sono oltre quattro volte il PIL mondiale (240 trilioni di dollari contro 54 trilioni di dollari): una sproporzione che può modificare di per se stessa la nozione stessa di sistema economico, di economia.

[16] Quindici anni fa, in una stalla francese della Savoia, si poteva leggere una frase che, tradotta un po’ grossolanamente, suonava così: “non vogliamo più terra, vogliamo dei vicini”.

[17] In particolare sementi, fitofarmaci e fertilizzanti, fino alle sementi geneticamente modificate (gli Ogm) .

[18] Esportazioni spesso realizzate da multinazionali dei Paesi sviluppati. Anche in un caso di successo dei Pvs, come la conquista del mercato internazionale della soia da parte dei produttori brasiliani a discapito di quelli statunitensi, è interessante notare coma la soia statunitense fosse esportata prevalentemente dalla Archer Daniels Midland, mentre la  soia brasiliana è esportata prevalentemente dalla Archer Daniels Midland.

[19] Prescindendo, per un attimo, dalle questioni della “sostenibilità”.

[20] Nel senso che anticipò la riflessione e la reazione organizzata e culturale dell’associazionismo agricolo.

[21] Oggi diciamo che può essere utile contro i danni del “cambiamento climatico”.

[22] Da un documento del CISA del settembre 2006 , “Appello alla mobilitazione – Vincere la fame si deve”.

[23] Per non discriminare tra le religioni potremmo dire, i “sacerdoti”…

[24] Anche l’Australia, la Nuova Zelanda e il Canada, ma questi non erano Pvs.

[25] Questo è il trend di fondo della globalizzazione, ma il volto che esso assumerà è nella responsabilità delle classi dirigenti; infine, poiché qualcuno insiste sul fatto che “la storia siamo noi”, è anche nella nostra responsabilità.

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