La PAC appartiene alla sfera di
competenza esclusiva della Comunità, è una pietra miliare della costruzione
comunitaria e la discussione su di essa può essere considerata un barometro
dello stato dell’arte della Comunità.
Ai sensi dell'articolo 33 del trattato che istituisce la Comunità europea (ex
articolo 39 del Trattato di Roma, firmato nel 1957), la PAC si prefigge di: a) incrementare la produttività
dell'agricoltura, sviluppando il progresso tecnico, assicurando lo sviluppo
razionale della produzione agricola come pure un impiego migliore dei fattori
di produzione, in particolare della manodopera, b) assicurare così un tenore
di vita equo alla popolazione agricola, grazie in particolare al miglioramento
del reddito individuale di coloro che lavorano nell'agricoltura, c) stabilizzare i mercati, d) garantire la sicurezza degli
approvvigionamenti, e) assicurare prezzi ragionevoli nelle consegne
ai consumatori.
Per raggiungere tali obiettivi l’art. 34 prevede la
creazione di una organizzazione comune dei mercati agricoli (OCM) che si
fondano sul rispetto dei principi
della PAC: 1. dell'unicità dei mercati agricoli, 2. della solidarietà finanziaria e 3.
della preferenza comunitaria.
Un commento CISA (volante) agli obiettivi
all’articolo 33 (ex articolo 39)
Il punto a) è quello che esplicita l’impronta produttivistica della PAC delle
origini, secondo la via maestra dell’industrializzazione dell’agricoltura; non dimentichiamoci
che siamo alla fine degli anni 50’ e nei primi anni 60’. Oggi, quegli stessi
punti possono essere reinterpretati in chiave sostenibile (con un po’ di
equilibrismo cultural-politico), ma è sicuramente datata la costruzione
dell’articolo: produttività, sviluppo razionale, impiego migliore dei fattori
di produzione, sono concetti che andrebbero collocati in una cornice diversa
dove assumono un significato diverso da quello avuto fino a ieri[1] ; forse
la cornice dovrebbe essere quella dell’agroecologia, o del “save and grow[2]”?!. è
una discussione aperta nel CISA. Dentro il CISA ci sono movimenti che hanno
sempre criticato la scelta produttivistica/industrializzata, quindi organizzazioni
professionali (sindacali) che ne hanno co-gestito diverse fasi(sarebbe
interessante discuterne in una chiave storica che aiuta a guardare al futuro)
fino a maturare l’esigenza di differenziarsi da quel modello che, nel contesto
della globalizzazione, diventava sempre più unilaterale, monopolizzante e
tendente al gigantesco. Questo, sul modello di sviluppo agricolo e
agroalimentare, è un confronto che nasce nell’area più agricola-ruralista del
CISA, compresa la cooperazione allo sviluppo, e coinvolge tutte le sue componenti.
Per una minima completezza dell’informazione, dobbiamo dire che fino a ieri
l’establishment agricolo del nostro Paese ha considerato “vera agricoltura”
quella sviluppatasi con la PAC (grande azienda, monocultura, ecc …), mentre il
resto “antico” erano cascami del passato che sopravvivevano, il resto “nuovo”
era etichettato come “hobbistico”; punto forte di questo discorso le 300.000
aziende (il decile eminente) che producevano il 70/80% di quanto andava alla
trasformazione industriale. Molti membri del CISA sanno come questo confronto
fra “modelli di agricoltura”, con il relativo tentativo di scalfire l’egemonia
di quello industrializzato subordinato prima all’industria di trasformazione,
poi alla GDO, quindi a tutti i grandi soggetti a monte e a valle della
produzione agricola, sia importante a livello internazionale per l’obiettivo
della “sovranità alimentare”.
Il punto b) è quello che ancora oggi giustificherebbe la prima componente dei
pagamenti diretti disegnati da Ciolos, cioè quello di base, fissa e omogenea
per tutti, che sarebbe una sorta di “premio per l’esistenza”. Un sostegno al
reddito che, in quanto tale, dovrebbe avere un tetto massimo. La
giustificazione di questa componente riposa sui dati che dimostrano come il
reddito medio agricolo sia ancora più basso di quelli degli altri settori; in
poche parole, questo è un obiettivo che la PAC non ha raggiunto e quindi
sopravvive ….
I punti d) ed e) sono quelli che aprono il confronto a
moltissime della realtà del CISA e ai cittadini/consumatori (cioè tutti) in
genere: come perseguirli per un consumo informato e responsabile? Come
perseguirli di fronte alle sfide delle 3F (Food, Feed, Fuel) e agli oltre 9
miliardi di abitanti del 2050 ? A loro aggiungiamo anche il punto c), perché con gli effetti della
speculazione finanziaria sui prodotti agricoli, questo punto è ridiventato
scottante e problematico, interconnesso agli altri.
I principi della PAC in soldoni.
1.
significa che i mercati agricoli nazionali entrano in un unico mercato agricolo
comunitario togliendo le barriere doganali nazionali tra i Paesi membri; 2.significa che nel far fronte agli
esborsi finanziari per le misure della PAC non si guarda a quanto ha versato un
Paese alle casse comunitarie; di conseguenza, abbiamo Paesi che sono “debitori
netti” e altri che sono “contributori netti”, anche sulla sola PAC (differenza
tra prelievi alla frontiera su prodotti agricoli extra UE decisi dalla Comunità
e versati alla Comunità, con i finanziamenti ricevuti dalla PAC). Ad esempio,
nel biennio 2007/09 per la sola PAC erano “contributori netti” in ordine
decrescente: Germania, Italia, UK, Paesi Bassi, Belgio,…, mentre erano “debitori
netti” sempre in ordine decrescente: Grecia, Spagna, Polonia, Irlanda e Francia
(la Francia diventa “contributore netto” aggiungendo le altre voci della spesa
UE, come: coesione, competitività, ...), Portogallo, Ungheria,…; 3. sono le misure doganali (di ogni
tipo) della Comunità rispetto ai Paesi extracomunitari; ovviamente, nella
misura in cui sono significative e incisive delineano una “preferenza
comunitaria”, nella misura in cui vengono abrogate (liberalizzazione) la
“preferenza comunitaria” diventa sempre più irrilevante. Un breve commento: di fronte allo sfilacciamento del “sentire
comunitario” a cui assistiamo, senza indagare in questo contesto dove si
annidano le cause, una politica che ha la solidarietà finanziaria tra i Paesi
membri, un mercato unico e la preferenza comunitaria (mi rendo conto che questa
è più discutibile …, perlomeno nelle realizzazioni, come anche le regole per il
mercato unico) è quasi un monumento vivente (o sopravissuto) a ciò che si potrebbe
fare e non si in Europa.
ARRIVANDO AI NOSTRI GIORNI
Ancora oggi la PAC è una delle più importanti politiche dell'Unione Europea, le spese
agricole rappresentano circa il 45% del bilancio comunitario. La sua
elaborazione è soggetta alla procedura decisionale che prevede la maggioranza
qualificata in sede di Consiglio e la consultazione del Parlamento europeo.
Inizialmente la PAC ha permesso alla
Comunità di raggiungere rapidamente l'autosufficienza, ma con l'andare del
tempo il suo funzionamento è diventato sempre più costoso a causa della
sovrapproduzione (cereali, latte, carne, ecc..) e del livello eccessivo dei
prezzi europei rispetto a quelli del mercato mondiale. Tra la fine degli anni
70’ e l’inizio degli anni 80’ scoppiò la guerra delle eccedenze commerciali
agricole sui mercati internazionali tra UE e USA a suon di sovvenzioni alle
esportazioni (UE) e di agevolazioni creditizie agli esportatori (USA) che permisero
di esportare in dumping. Una guerra che fece danni nei Pvs: mise in crisi
esportatori ormai affermati come Argentina, Brasile, Indonesia, ma soprattutto,
rese inutile lo sviluppo agricolo nei Pvs importatori netti di alimenti che da
allora confideranno sempre più nel mercato internazionale per approvvigionarsi,
situazione che in seguito avrebbero pagato a caro prezzo (vedi le vite umane
nella crisi 2007/08).
La riforma Mac Sharry del 1992 cercò
di correggere la situazione secondo la cultura politica del momento (eravamo nella
fase crescente del neoliberismo internazionale e delle liberalizzazioni e si
stava preparando l’accordo GATT dell’Uruguay Round, 1994), cioè mediante una riduzione
dei prezzi agricoli garantiti (in passato, nel CISA abbiamo a lungo discusso su
prezzi garantiti e sostegno al reddito), compensata da pagamenti compensativi
legati ai fattori di produzione (la Superficie Agricola Utilizzata-SAU, il
numero dei capi di bestiame, ecc..) e dall'istituzione di misure dette "di
accompagnamento". Va ricordato che, nonostante i cambiamenti successivi,
ancora oggi abbiamo un Pagamento Unico Aziendale (PUA) che fa riferimento alla
compensazione del 1992… Poi, ci fu la riforma del 1999, basata su Agenda 2000, che
consolidò le modifiche apportate nel 1992 e individuò quali obiettivi
prioritari la sicurezza dei prodotti alimentari, la difesa dell'ambiente e la
promozione di un'agricoltura sostenibile; è opinione diffusa nel CISA che con
Agenda 2000 aumentò la distanza tra obiettivi indicati che guardavano avanti e
strumenti utilizzati prigionieri del passato. Gli obiettivi che non rientravano
nella politica di mercato furono riuniti nello sviluppo rurale, che diventò il secondo pilastro della PAC.
Inoltre, la riforma si prefiggeva l'aumento della competitività dei prodotti
agricoli comunitari, la semplificazione della legislazione agricola e della sua
applicazione, il rafforzamento della posizione dell'Unione nell'ambito dei
negoziati dell'Organizzazione mondiale per il commercio (OMC) e la
stabilizzazione della spesa. A tal fine fu decisa un ulteriore riduzione dei
prezzi di intervento, compensata dall'aumento degli aiuti agli agricoltori.
L'ultima riforma del giugno 2003, detta anche riforma Fischler, comportò i
seguenti elementi: la semplificazione delle misure di sostegno del mercato e
degli aiuti diretti, mediante il disaccoppiamento dalla produzione dei
pagamenti diretti agli agricoltori (altro elemento di discussione nel mondo
agricolo e nel CISA); il rafforzamento dello sviluppo rurale mediante il
trasferimento di fondi dal primo pilastro della PAC allo sviluppo rurale
attraverso la modulazione; un meccanismo di disciplina finanziaria (limitazione
delle spese di sostegno al mercato e degli aiuti diretti tra il 2007 e il 2013).
Nel 2004 è stato varato un secondo
pacchetto di misure: la riforma degli aiuti ai prodotti mediterranei (tabacco,
luppolo, cotone e olio d'oliva), seguito nel 2006 dalla riforma
dell'organizzazione comune di mercato (OCM) dello zucchero e nel 2007-8 dalle
riforme delle organizzazioni comuni di mercato “dell'ortofrutta e del vino.”
Adesso, con la Riforma PAC da
completare entro il 2013, sembriamo essere giunti al dunque di quello che è
stato definito un processo di “riforma continua” della PAC il cui inizio si fa
risalire alla Riforma Mc Sharry del 1992, anche se le prime avvisaglie di
cambiamento senza cambiare la sostanza (si voleva mettere sotto controllo la
spesa della PAC senza toccarne i principi e il funzionamento) risalgono al
1984, quando, tra l’altro, si intrudessero le famose “quote latte”. Il primo
atto è stata la comunicazione di Ciolos (Commissario UE all’agricoltura) dal
titolo: “La PAC verso il 2020: rispondere alle future sfide dell’alimentazione,
delle risorse naturali e del territorio” del novembre 2010.
[1]
Si può dire che una stessa sorte attende anche il concetto di “competitività”,
che non può più essere semplicemente e brutalmente, quello di “che vince fa
fuori tutti gli altri”.
[2]
Riferimento al recente lavoro FAO, “Save and grow”, Roma 2011.
|
pubblicato 17/apr/2012 14:39 da site admin
[
aggiornato in data 17/apr/2012 14:40
]
Presenti
in sala: in ordine di arrivo, Marco Foschini
(Coldiretti), Fabrizio De Pascale (UILA-UIL), Daniela Sciarra
(Legambiente), Andrea Ferrante (AIAB). Collegati via skype: Francesco
Benciolini (ARI), Paola Peretti (nuovo presidente ARI), Memmo
Buttinelli (Associazione Michele Mancino)
La
discussione
Inizia
Fabrizio De Pascale
ricordando alcune posizioni del sindacato (non solo la UILA), cioè
il fatto che nella “convergenza” del sostegno tra paesi non si
sarebbe dovuto tener conto solo della superficie agricola, ma anche
del lavoro sotto una duplice veste: la quantità di lavoro e la
dimensione salariale (il costo del lavoro), poiché esistono
significative differenze tra i paesi UE. Occorre portare avanti un
discorso di “decent work”, non si dovrebbero dare aiuti pubblici
a soggetti che non applicano la legislazione sociale, a chi non
rispetta il lavoro. Su questi temi e nel loro risvolto nella riforma
della PAC – dice De Pascale-
vorremmo sollecitare l’attenzione della società civile (sc),
poiché ci sembra una questione di fondo che deve vedere la sc come
protagonista. Sollecitato da Foschini
sulle posizioni espresse nel “Documento di proposte della filiera
agroalimentare italiana” (novembre 2011), su “Posizione del
Coordinamento europeo Via Campesina”(dicembre 2011) e su quelle del
“Pacchetto latte” (Febbraio 2012), De
Pascale ha sostenuto che sulla definizione
di “agricoltore attivo” l’UE dovrebbe lasciare campo agli Stati
membri, tra l’altro la Commissione UE dovrebbe ricordare la
lezione dell’OCM cotone quando, su ricorso della Spagna, fu
bocciato il suo tentativo di stabilire parametri sul costo del lavoro
validi per tutti (one size fits all) per mancanza di
“proporzionalità”. De Pascale
conclude affermando che Ciolos ha preso in mano un pacchetto che
viene dal passato quando il problema era la gestione delle eccedenze,
quindi si tratta di una riforma che guarda troppo ai vecchi
equilibri; oggi e in prospettiva, si ripropone il problema di
produrre beni alimentari (breve intermezzo con i presenti e si
precisa: produrre in maniera sostenibile), l’UE avrà un problema
riconducibile al tema della sua “sovranità alimentare”.
Andrea
Ferrante ricorda che il problema centrale è
la remunerazione del lavoro, sono ormai molti anni che assistiamo ad
un costante processo di chiusura delle aziende agricole. Nell’UE la
dimensione media delle aziende agricole è di 14 ha.; invece, anche
con la riforma si da troppa continuità ad un sistema di sostegno che
in Italia privilegia in maniera esorbitante solo 60.000 aziende.
Questa PAC ha un problema di base che non viene risolto dalla riforma
ipotizzata: essa nega la struttura produttiva esistente e su cui
occorrerebbe puntare, per consolidare forme di “rendita agraria”,
anche grazie anche ad un “phasing out” veramente lungo (2019). La
discussione che sta avvenendo nel Parlamento UE, stiracchiata da ogni
tipo di lobby e di interesse particolare, ha aspetti surreali.
Intanto, il Parlamento UE ha deciso di posticipare il voto sulla
riforma della PAC a quello sul bilancio, poiché in base alle voci
relative ai cambiamenti nel bilancio, non c’è giorno in cui non
scompaia un pezzo di riforma PAC (in primis, il greening)
per poi ricomparire il giorno successivo.
Questo è lo stato dell’arte della riforma della PAC, che,
ricordiamolo, è la più importante politica dell’UE, come dire,
se il buongiorno si vede dal mattino..…. L’AIAB
lancia un momento di confronto semipubblico per il 27 aprile p.v.
presso la Città dell’Altra Economia (CAE) a Roma,
tutti i membri del CISA sono invitati per un confronto tra di noi,
diciamo semipubblico.
Foschini
cerca di avviare il discorso sulla ricerca di una visione d’insieme,
una direzione entro cui collocare le singole richieste che,
inevitabilmente fanno riferimento alla riforma proposta dalla
Commissione UE, anche facendo il punto sulle posizioni già avanzate
dai diversi attori, compresi quelli presenti nel “gruppo riforma
PAC” e nel CISA. A riguardo, Foschini
sottolinea qualcosa che attualmente è sottotraccia (almeno nel CISA)
ma contiene risultati importanti che costituiscono una sfida e una
grossa opportunità per l’associazionismo economico agricolo (e la
sua leadership), cioè, i contenuti del “Pacchetto latte” la dove
si indica la possibilità degli Stati membri di rendere obbligatoria
la stipula di contratti scritti per la fornitura di latte crudo, dove
a negoziare saranno le Organizzazioni dei Produttori (OP) a nome
degli agricoltori aderenti e i contratti dovranno contenere il prezzo
alla consegna, i volumi interessati, la durata e le modalità per la
raccolta e la consegna del latte crudo, i periodi e le procedure per
il pagamento. Ancora, c’è una norma che consente la regolazione
dell’offerta del formaggio DOP o IGP (chi non ricorda la vexata
quaestio del Parmigiano Reggiano in merito); in breve, conquiste
importanti per riequilibrare i rapporti dentro la filiera
agroalimentare che faranno discutere: sono una prima breccia per una
possibile generalizzazione ad altri settori!? Regolazione pubblica
dei mercati o via contrattualistica privata: sono percorsi da
integrare o alternativi !? Qual’è la cornice e la direzione di
marcia in cui si può cercare di connettere richieste particolari
(delle realtà del CISA) legate all’ipotesi di riforma sul tavolo e
l’indicazione di un orientamento prioritario !?
A riguardo
Ferrante precisa che è
particolarmente preoccupato dal finanziamento delle OP ortofrutta e
delle assicurazioni nel 2° pilastro, a suo dire prosciugheranno il
finanziamento per lo sviluppo rurale e rappresentano un taglio reale,
ma occulto, del 2° pilastro. Inoltre, occorrerebbe un 3° pilastro
della PAC costituito dalle regole igienico-sanitarie che possono
consentire una sviluppo dell’agricoltura locale (produzione,
trasformazione, vendita). Infine, la “piccola azienda”: il
riconoscimento che c’è nella proposta di regolamento è una
liquidazione della piccola azienda, occorrerebbe anche una
definizione di piccola azienda nel regolamento, ovviamente con la
dovuta sussidiarietà.
Via skype
Francesco Benciolini sostiene
che la proposta di riforma non ha preso una direzione per cambiare
approccio. Come andrebbero orientati i soldi della PAC: per premiare
il lavoro, per favorire l’inverdimento (a proposito, ci vuole la
rotazione non la diversificazione di tre colture). Questo è un
documento che cambia poco nella sostanza, questa è una
considerazione di partenza condivisa nel CISA, in particolare dalla
Coldiretti ? Inoltre, parliamo spesso di piccole aziende e di aziende
marginali, intendendo quelle nelle aree marginali, questo però non
deve distrarci dal fatto che l’obiettivo deve essere la transizione
delle medie aziende, che sono il cuore del sistema produttivo.
De
Pascale ritiene che il compito del CISA sia
quello di portare il confronto sulla PAC nella sc, in questo senso si
deve essere critici rispetto al presupposto della proposta che è
ancora quello delle eccedenze, mentre occorre produrre di più e
meglio.
A questo
punto c’è stato uno stretto scambio di opinioni tra i presenti in
cui è emersa l’opinione che occorrerebbe verificare un’intuizione
molto critica nei confronti della distribuzione degli aiuti,
percepiti come troppo legati alla fotografia del passato, sospettati
di essere i continuatori di una rendita di posizione (agraria) che
non ha più, da tempo, giustificazioni economiche (il decile
eminente!?, almeno quando se ne parlava erano 300.000 aziende ed
erano altri tempi, non 60.000, inoltre, ora è un sostegno al
reddito…?), ne tantomeno sociali e ancora meno se “guardiamo al
futuro che vorremmo”; in breve, c’è fin troppo spazio per
l’ipotesi di una “casta agricola/poco agricola” ed è quanto
mai necessaria una “spending review” della PAC. Ci sembra molto
inopportuna la decisione di non rendere disponibili, per una
questione di tutela della “privacy”, i dati su chi prende il
sostegno; la PAC ha bisogno di trasparenza, d’altronde, è un
sostegno al reddito con denaro pubblico, quindi la trasparenza
dovrebbe essere un atto dovuto (con una parte di retribuzione della
produzione di beni pubblici?). Parlandone si fa largo l’evidenza
che con questa politica ci potrebbe essere lo sfruttamento di un
consenso (amore/nostalgia/attenzione/simpatia/ecc..) diffuso tra i
cittadini relativamente all’immagine del binomio
contadino/agricoltore-campagna/natura (la madre terra), per sostenere
quella che potrebbe essere una “casta”(almeno in parte, con
differenze da paese a paese);un aspetto poco indagato del furto
politico dell’immagine del “made in the countryside”. In breve
e più prosaicamente, si avverte l’esigenza di cercare/fare
chiarezza sulla distribuzione del sostegno, sul tipo di attori che
privilegia, sui suoi effetti sui comportamenti e le strategie messi
in atto nel mondo agricolo e agroalimentare; cioè, un contesto che
interessa tutti.
Via skype
Memmo Buttinelli si
ricollega al grande obiettivo della valorizzazione del lavoro, per
toccarne gli aspetti problematici nelle realtà difficili. Emersione
del lavoro, del lavoro delle donne, del lavoro nero, ma ci sono
realtà dove non ci sono servizi a valle della fase produttiva e per
servizi intendo la possibilità di trasformare e vendere in un
mercato locale, per cui l’azienda agricola è in mano alla GDO e
alla alternativa “o lavoro nero, o chiusura”; qui è chiaro che
non se ne esce se non c’è una trasformazione del sistema.
Daniela
Sciarra mette l’accento sulla questione di
fondo del CISA: come CISA abbiamo la necessità di portare il tema
della PAC dentro la sc per far camminare un nuovo concetto di
agricoltura in cui si valorizza il lavoro, si cammina verso una green
economy creata dal basso, si creano opportunità per i giovani e le
cooperative e, in particolare con le politiche di sviluppo rurale, si
possono affrontare positivamente le connessioni del rapporto tra
produzione, terra e acqua.
Via skype
Paola Peretti robadisce
quanto sia complesso parlare di PAC quando si entra nei suoi
meccanismi e si perde di vista la prospettiva. Molto concretamente,
nell’esperienza di una piccola azienda ortofrutticola può accadere
che ci vuole un altro lavoro per “pagare” l’azienda, che si
cercano dei polacchi invece degli italiani per risparmiare 1 €.
Nell’ortofrutta non sono mai arrivati troppi sostegni e quelli che
sono arrivati arrivano attraverso le organizzazioni dei produttori,
chi non ne fa parte è fuori. In breve, deve essere pagato quello che
produciamo, altrimenti non si va avanti.
Ferrante
informa che il 24-25 aprile ci sarà
l’assemblea di Via Campesina a Roma, con due iniziative il 23 e il
24 aprile, una sul “lavoro migrante” e l’altra” sulla
questione terra”; ma soprattutto Ferrante
informa che il 27
aprile l’AIAB organizza un incontro semipubblico sulla riforma
della PAC presso la Città dell’Altra Economia (CAE) a Roma,
l’invito a partecipare è rivolto a tutti i membri del CISA.
Conclusioni
interlocutorie
Si è
pensato ad un documento in due parti, che dovrebbero preparare il
terreno ad una terza parte. La prima sarebbe quella centrata sulla
PAC, una politica importante a partire dalla spesa che implica; in
particolare, in questi tempi di vacche magre. Dalla spesa per la PAC
alla distribuzione del sostegno PAC con il tentativo di individuare
chi premia e quali conseguenze ha una simile distribuzione del
sostegno ( se non fosse troppo pretenzioso: da dove viene, chi premia
e dove può portare).
La seconda
parte invece dovrebbe essere centrata sul tipo di agricoltura che
vorremmo alla luce di quello che c’è, delle sfide che abbiamo
davanti nell’interdipendenza tra locale e globale, della sovranità
alimentare, della green economy
e della nostra sensibilità per il “lavoro”, ecc..
Nella terza
parte si dovrebbero tirare le conseguenze dell’integrazione
(analitica e politica) tra le prime due parti, nonché confrontarci
con le proposte sul tappeto. Si tratta di un lavoro che avrebbe come
punti di raccordo e confronto il 27/4, nell’iniziativa AIAB, e
l’8/5 nell’incontro CISA sulla “riforma della PAC”; quindi
c’è da leggere, tessere la tela e scrivere.
|
pubblicato 05/lug/2011 01:17 da site admin
L’Italia cresce meno dei partners europei, l’Europa cresce
meno dei grandi Paesi emergenti[1]
e anche degli USA; in un contesto competitivo la mancata crescita fa da
detonatore ai problemi della società: dalla riforma del welfare al bilancio,
fino al problema dei problemi, la mancanza di lavoro.
La priorità trasversale alle politiche di governo è
“riprendere a crescere”: per farlo si va dalla riorganizzazione (con nuove
regole) e liberalizzazione di snodi importanti del “sistema Paese”, agli
investimenti per rilanciare economia e capacità competitiva (formazione,
infrastrutture, greening economy). Normalmente, le due ricette sono indicate come
alternative dagli schieramenti politici contrapposti; concretamente e quando
c’è una reale volontà politica, quello che si fa è un mix delle due strategie
che, tra l’altro, sono sempre più dipendenti dal grado di collaborazione
intraeuropea.
Fermi alla necessità di “difendere i campioni nazionali” sui
mercati internazionali, ma spesso vincolati ad interessi ancor più
particolaristici[2],
adagiati su una prassi politica che ad ogni scelta macroeconomica e settoriale
associa qualche attore economico di una ristretta oligarchia, a cui non sono
estranei pezzi dell’amministrazione pubblica, che gestisce in conto e per conto
del “sistema Paese”, nei mass media più diffusi si esorcizza l’emergere di una preoccupazione
centrale della società civile, evidenziatasi tra le doglie della crisi
economica globale.
Con l’arrivo dei Paesi emergenti sullo scenario economico globale
in un contesto prevalentemente competitivo/conflittuale[3],
sono enormemente cresciute le possibilità di crisi di sovrapproduzione della
capacità produttiva globale ed emerge la consapevolezza, il timore, delle
potenzialità implosive del modello
produttivistico-consumistico, tanto che è difficile immaginare come saranno
riassorbiti i problemi che questa situazione sta generando[4];
anche in presenza di svolte epocali, come potrebbe essere la greening economy. In
breve, non si potrà più risolvere il problema della mancanza di lavoro come si
è fatto in passato nei Paesi sviluppati, con “pochi che preparavano il piattino
per molti”. Industrializzazione e concentrazione oligarchica della
decisionalità economica e politica, consumismo e democrazia di massa, sono i
passaggi di una ricetta che non può più avere le pretese egemoniche vantate
fino ad oggi, che non può più presentarsi come esclusiva e divoratrice di altri
paradigmi perché non è in grado, da sola, di fare l’interesse generale.
Dentro la società civile sta crescendo la consapevolezza che
se non ci diamo “daffare anche dal basso” nessuno risolverà per noi il problema
del lavoro; questa è la radice più oggettiva e condivisa del male sociale dei
nostri tempi. E’ una situazione che già ora, ma ancor più protraendosi, può
generare sfiducia e sollecitare degenerazioni populistiche; noi facciamo parte
di quella fetta di società civile che, da mille rivoli, ha capito che deve
coinvolgersi, deve contribuire ad aprire ed allargare l’orizzonte, la ragione e
le ragioni delle decisioni politiche da prendere, sollecitandole e
provocandole. La mancanza di lavoro e il male sociale che si annida attorno a
questo snodo, ha moltissime dimensioni e radici oltre a quella immediata della
mancanza di un’occupazione; queste vengono a galla e diventano un’occasione per
pensare e realizzare il “nuovo” riqualificando il rapporto tra lavoro e
sviluppo.
D’altronde, se l’imperativo è la crescita, sappiamo che la
crescita deve essere “sostenibile” e la sostenibilità ha bisogno di una consapevolezza
personale, comunitaria e condivisa, che differisce molto dalle generalizzazioni
eterodirette dell’opulenza consumistica; qui, inizia un lavoro che altri non
vogliono e non possono fare al posto nostro.
Il contesto specifico:
la PAC
Dietro la Politica Agricola Comunitaria (PAC) c’è un patto
sociale di grande valore[5]
di cui oggi non abbiamo più memoria: si trattava di costruire una Comunità
europea (Ce) di popoli, di interessi, culture, che superasse conflitti secolari
e di dare da mangiare agli europei, da poco usciti dalla guerra e con sistemi
agricoli che, più o meno, presentavano vaste sacche di arretratezza; non tanto
e non solo dal punto di vista tecnologico, ma nei rapporti di produzione, nelle
condizioni di lavoro e nelle condizioni di vita di vaste realtà del mondo
rurale.
Erano gli anni dell’intervento dello Stato nell’economia[6]
e anche la PAC prese forma da questa filosofia, come l’altra grande politica
agricola già in vigore, il “Farm Bills” statunitense[7].
Prezzi minimi determinati politicamente per molti prodotti agricoli, barriere
alle importazioni e sussidi alle esportazioni extra Ue, queste erano le misure
più “pesanti” della nascente PAC. Esse furono
accettate[8]
a livello internazionale perché c’era intesa sul fatto che l’agricoltura dovesse
rimanere fuori dagli accordi di progressiva liberalizzazione commerciale del
GATT, la Ce era deficitaria nei principali prodotti agricoli e non spaventava i
Paesi esportatori; infine, essa accettò uno scambio con gli USA, cioè, il suo protezionismo
poteva estendersi su molti prodotti tranne che sulle proteaginose, dove gli USA
già dominavano il mercato internazionale.
Nei campi decollò un modello di sviluppo centrato
sull’industrializzazione di stampo fordista dell’agricoltura, mentre si andò
consolidando una gestione della misure della PAC pervasivamente burocratizzata che
contribuì ad eclissare la dimensione politica e culturale della trasformazione
del mondo agricolo; la PAC diventò il dominio esclusivo di esperti di pratiche
del settore.
Agli inizi degli anni ottanta i risultati produttivistici
dell’agricoltura comunitaria[9],
con l’accumulo di eccedenze agricole[10]
da esportare sui mercati internazionali grazie ai sussidi alle esportazioni,
fecero riemergere l’agricoltura dal suo “ghetto dorato[11]”.
Alcuni osservatori[12]
gli attribuirono una serie negativa di primati, poiché pesava nelle tasche degli
europei in due modi: i. il protezionismo della PAC era all’origine degli alti prezzi
dei generi alimentari che colpivano il consumatore, mentre, ii. la gestione degli
interventi della PAC rappresentava un costo crescente per il contribuente.
Ancora, emergevano le prime critiche “ambientalistiche” con la denuncia di un
uso troppo intensivo dei terreni ed un connesso impatto ambientale negativo; senza
dimenticare gli effetti depauperanti che la “guerra delle eccedenze” tra le due
agricolture più sostenute[13],
quella UE e quella USA, creò nei Pvs e nei loro sistemi agricoli.
Da allora, partì quello che è stato definito il processo di
“riforma continua” della PAC[14]
e molte cose sono cambiate, in particolare nel clima generale che fa sfondo
agli sforzi riformisti. Dal “pensiero stupendo (unico)” della liberalizzazione
commerciale dei mercati agricoli e dello sviluppo “exported oriented”, preludio
di una nuova divisione internazionale del lavoro che avrebbe potuto fare a meno
dell’agricoltura europea ed, in particolare, di quella italiana, si è approdati
alla crisi globale dei picchi dei prezzi agricoli del 2007/08, antesignana di
quella finanziaria ed economica, con il mondo che ha visto salire la stima
(FAO) di coloro che soffrono cronicamente la fame, oltre il miliardo di
persone. Da ultimo, una volatilità dei prezzi delle commodities agricole che
rende incerte le condizioni stesse dell’attività produttiva agricola; in cui
gioca un ruolo importante una finanza internazionale[15]
che con le deregolamentazione dei primi anni duemila, può investire/speculare
su derivati che replicano l’andamento dei prezzi agricoli, finendo per
manipolarne l’andamento.
Se la PAC era nata nella fase dell’interventismo statale, il
suo processo di riforma iniziò nell’era del neo-liberismo trionfante. Con una
priorità globale centrata sull’integrazione commerciale, con le eccedenze
produttive e l’esplosione del costo della PAC alimentato dalle sue misure
interventiste, i casi di “mala gestione” che quel sistema aveva favorito, la riforma non poteva che prendere la strada
del “riavvicinamento al mercato”. Nel 1992 la parola chiave fu quella del
“disaccoppiamento”: gli aiuti, che prima venivano concessi sulla base della quantità
prodotta nell’annata agraria in questione, ora sarebbero stati determinati facendo
riferimento a quanto distribuito nel periodo 1986-91, dove quell’ammontare
complessivo venne diminuito, dopodiché negli anni a venire si sarebbero
distribuiti gli aiuti aziendali sulla base di quella fotografia, indipendentemente
dalla reale produzione agricola; cioè, “disaccoppiati” dalla produzione
corrente. Oltre al “disaccoppiamento”,
nel 1992 con le misure d’accompagnamento si fece un passo in avanti verso quello
che diventerà il secondo pilastro della PAC (dopo la conferenza di Cork del
1996), quello delle misure per lo “sviluppo rurale”.
Nel frattempo con l’Accordo sull’Agricoltura (AsA), che fa
parte degli accordi GATT dell’Uruguay Round siglati a Marrakech nel 1994,
iniziò la deregolamentazione dei mercati agricoli regionali e nazionali. Le
porte sembrarono spalancarsi per quel modello di industrializzazione
dell’agricoltura che dal secondo dopoguerra ad allora aveva causato l’assottigliamento
del numero delle aziende agricole[16]
e la quasi scomparsa dei contadini nei Paesi sviluppati, la concentrazione
della produzione agricola (in particolare sulle grandi commodities),
l’allungarsi della filiera agroalimentare con il potere, in tutte le sue
versioni, che si spostava sempre più a valle e a monte dell’impresa agricola;
prima verso la grande industria di trasformazione, poi la grande distribuzione
organizzata (GDO), quindi le compagnie transnazionali che producono gli input
agricoli[17].
Però, con la deregolamentazione dei mercati e la
globalizzazione questo modello entrava in una nuova fase: dalla modernizzazione
guidata dall’interventismo statale nazionale (o regionale) neokeynesiano, si
passava alla globalizzazione
privatistica guidata dalle grandi compagnie transnazionali; ma, proprio in
quell’accordo, l’AsA, che non pochi nelle società civile considerano la pietra
miliare di una svolta “preoccupante”, i negoziatori francesi avevano voluto
inserire un’espressione che apriva a nuovi scenari: si parla della necessità di
“considerare le funzioni non strettamente produttive dell’attività agricola”,
era la strada della “multifunzionalità” dell’attività agricola.
Inoltre, se in quegli anni nella Ce sembravano plausibili discorsi
come quello di una nuova divisione internazionale del lavoro in cui la
produzione agricola non sarebbe toccata alla Ce, in quanto quel modello
garantiva abbondanza di cibo (compreso il fast food, lo junk food, ecc,…) a
basso costo proveniente da tutto il mondo e nel potere d’acquisto degli europei
il cibo non era la voce più importante; dove quel modello stava pesantemente
fallendo era nei Pvs, in particolare in quelli che erano importatori netti di
beni alimentari e non avevano governi in grado di interloquire seriamente con
le compagnie transnazionali per difendere una parvenza di interesse nazionale.
Sotto lo slogan dello sviluppo trainato dalle esportazioni
nei mercati “ricchi”[18]
e dopo l’ondata degli aggiustamenti strutturali imposti da BM e FMI,
l’investimento nell’agricoltura di base dei Pvs calò drasticamente. Poiché non
tutti i Pvs hanno le potenzialità naturali e le condizioni istituzionali,
politiche e sociali, per ripercorrere il modello dell’industrializzazione di
massa proprio mentre esso soffre, sempre più frequentemente, di crisi di sovrapproduzione[19]
e non è più generalizzabile, per quell’oltre 50% della popolazione complessiva
che viveva nelle aree rurali, che aveva un potere d’acquisto troppo basso e per
l’80% mangiava cibo prodotto localmente, le condizioni di autosufficienza
alimentare stavano diventando sempre più critiche.
In Europa partì una reazione spontanea[20]
dello stesso mondo produttivo che iniziò un processo di diversificazione con
l’agriturismo, quindi arrivò la svolta culturalmente più impegnativa e olistica
del biologico; infine, prese piede il discorso della “multifunzionalità”
dell’attività agricola e iniziarono a rinnovarsi vecchie forme di “resistenza
contadina” che acquisirono una nuova
consapevolezza. “Multifunzionalità” è una parola di scarsa efficacia
comunicativa, dietro ad essa e guardando avanti, c’è la comprensione del fatto
che l’attività agricola ha svolto e può svolgere, se si attiene a determinate
modalità e finalità, una funzione di tutela dell’ambiente[21]
e del paesaggio, è importante nello sviluppo rurale e in una coesione sociale
che non marginalizza le campagne, prelude ad una diversificazione che è segno
di ricchezza di “senso”, prima ancore che nelle attività e nel modo di
realizzarle. Questi concetti sono via, via, entrati nel dibattito cresciuto
intorno al percorso della “continua riforma della PAC”, anche se è facile
constatarne l’ambiguità nello scollamento tra il rinnovamento di finalità ed
obiettivi e misure concrete che continuavano a guardare al passato, come nel
caso di Agenda 2000 del 1999. Mentre, quella che doveva essere una semplice
revisione di medio periodo, fu più efficace nella modifica delle misure: è il
caso della “riforma Fischler” del 2003. Una certa “vischiosità” era impossibile
da evitare, sia per dare tempo alla gestione dei processi, sia perché la PAC
rappresenta un punto d’equilibrio (anche distorto, ma sempre equilibrio) tra
settori a livello nazionale e comunitario, tra diversi tipi di agricolture ed è
sotto il bilancino degli Stati, molto attenti a capire se i cambiamenti si
traducono in una perdita di finanziamento per loro; ora siamo giunti alla tappa più importante
del percorso.
Grazie agli input dei Vertici Mondiali sull’Alimentazione
della FAO, a partire dal primo del 1996, ai Forum paralleli della società
civile internazionale svoltosi in occasione di quei Vertici, attorno al
problema della sicurezza alimentare e del diritto al cibo crebbe un confronto,
una convergenza di opinioni e idee tra associazioni e soggetti diversi, tra attori
sociali con una pluralità di sensibilità culturali e di focus tematici veramente
ampia e significativa. Oltre a quelle contro la fame e la denutrizione, si va
dalle organizzazioni contadine dei Pvs a diverse organizzazioni professionali
agricole europee, dal mondo delle Ong
della cooperazione allo sviluppo a quello ambientalista, dai consumatori alle
associazioni per la tutela dei bambini, da quelle per la tutela del ruolo della
donna a quelle per la valorizzazione della cooperazione, per la tutela del
lavoro dipendente in agricoltura e nella filiera agroalimentare, per il fair
trade, ecc..
In questo “luogo tematico d’aggregazione” della società
civile c’è un concetto centrale che funge da catalizzatore e uno scenario di
fondo a cui si guarda come ad una prospettiva sempre più esigente,
interpellante: il primo è quello della “sovranità alimentare”, il secondo è
quello della “sostenibilità” delle trasformazioni socioeconomiche.
Con la “sovranità alimentare” si afferma il “diritto dei
popoli a definire le proprie politiche e strategie sostenibili di produzione,
distribuzione e consumo di alimenti che garantiscano a loro volta il diritto
all’alimentazione per tutta la popolazione[22]”:
un concetto eminentemente politico che integra quello individuale del “diritto
al cibo”, mostrandone la dimensione sociale; poiché, a partire
dall’alimentazione, non ci si salva da soli e neppure ci salvano (tutti gli
uomini, tutto l’uomo) i guru[23]
dell’agroalimentare globale. Se quella è la condizione politica ed economica da
realizzare, lungo la strada da percorrere non si può prescindere dalla
“sostenibilità”, che all’inizio del cammino era uno sguardo solo di tipo
ambientale, poi quello sguardo si è progressivamente allargato includendo la sostenibilità sociale
ed economica (il mondo rurale ed il lavoro, il rapporto tra produzione e
consumo), culturale (qualità e/o stile di vita), la sostenibilità eco sociale e
politica dei nostri sistemi.
Dentro questo percorso c’è la PAC e la sua riforma, da
decidersi entro il 2013, dead line della PAC attuale, c’è l’esperienza
dell’agricoltura europea dalla fine degli anni cinquanta ad oggi, “croce e delizia”, è proprio il caso di dirlo, per tutti quelli che sono
coinvolti nel cammino descritto.
Croce perché la PAC è salita più volte sul
banco degli imputati: a parte le organizzazioni professionali agricole europee,
scagli la prima pietra chi non ha criticato la PAC perché le sue barriere doganali impedivano l’arrivo dei
prodotti dei Pvs nel mercato comunitario, poi, perché l’”escalation tariffaria”
favoriva le industrie di trasformazione alimentare comunitarie lasciando i Pvs
nel ruolo di semplici produttori di materie prime; evidenziando un’ambiguità
della PAC che, da una parte ha favorito il sorgere di un sistema agroalimentare
moderno legato ai prodotti locali (la caratterizzazione nazionale-regionale dei
sistemi agroalimentari), dall’altra è servita per rafforzare una trasformazione
e una distribuzione comunitaria che si ingigantivano usando i Pvs come
fornitori di materia prima a basso costo, prima del balzo verso la
globalizzazione. Chi non ha criticato la PAC per il suo aiuto alle mucche, ad
esempio, superiore al reddito pro capite di molti poveri dei Pvs , chi non ha
criticato la PAC per i sussidi alle esportazioni che verso la fine degli anni
70’ e nei primi anni 80’ erano una voce di spesa molto importante e causavano
un dumping commerciale sui mercati internazionali, colpendo Paesi esportatori
come l’Argentina, il Brasile, l’lndonesia, le Filippine[24],
ma soprattutto mortificavano gli sforzi degli agricoltori di Pvs importatori
netti di cibo che non potevano competere con i prezzi dei prodotti
sovvenzionati. Altra croce è quella
delle critiche ambientaliste, infatti, l’impianto produttivista della PAC aveva
favorito metodi intensivi con un impronta ecologica non sostenibile; tra i vari
dati citabili ne ricordiamo uno “particolare”: il bestiame (in
particolare quello dei grandi stalle senza terreno) produce il 18% dei gas
serra che intrappolano il calore nell'atmosfera, è responsabile del 40% delle
emissioni di metano e del 65% delle emissioni di protossido di azoto, un gas che produce un surriscaldamento 300 volte più
potente di quello dell'anidride carbonica.
Delizia perché? Anche
se le ragione più antiche fatichiamo a riportarle a galla, ci sono: costruire
integrazione tra i popoli includendo la sicurezza alimentare e la
trasformazione delle campagne, fu una grande scelta politica nel segno della
“sovranità alimentare”, poiché il mondo agricolo ha bisogno di politiche che ne
rendano possibile e ne orientino la trasformazione. Però, oggi, la
legittimazione più forte per una politica agricola ci viene dai contadini dei
Pvs, cioè da coloro che potrebbero guardare alla PAC con sospetto per certi
suoi effetti, invece, sono loro che ci ricordano come in un mondo che procede
verso l’integrazione economica globale[25],
le politiche agricole regionali, integrate con quelle nazionali e locali, sono
uno strumento necessario per la sicurezza alimentare e la “sovranità
alimentare”; in breve, ci vorrebbero tante PAC in giro per il mondo, ovviamente
non politiche che diventano strumenti per “farci le scarpe gli uni con gli
altri” sul mercato internazionale.
Due sono le condizioni più chiare emerse nel confronto dentro
la società civile: per umanizzare ( mi si passi il termine) un’integrazione
economica globale e globalizzante, il passaggio intermedio da caratterizzare
positivamente sono le “integrazioni regionali”, ma tra le condizioni necessarie
per l’integrazione regionale c’è: i.) una politica agricola regionale che orienti
e favorisca la trasformazione del mondo agro-rurale, ii.) gli agricoltori, i
contadini e le realtà rurali locali, devono essere attori co-protagonisti di
queste politiche; allargando numero e ruolo degli stakeholders coinvolti man
mano che la “questione agricola” diventa
più olistica nella consapevolezza dell’intera società civile.
A questo punto non ci rimane che andare a veder cosa si
prospetta per la riforma della PAC, con la “Comunicazione della Commissione al
Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al
Comitato delle Regioni” , “La PAC verso il 2020: rispondere alle future sfide
dell’alimentazione, delle risorse naturali e del territorio” del Commissario
europeo all’agricoltura Dacian Ciolos.
[1] Cina,
India, Brasile, Sud Africa, ecc…
[2]
Alcuni commentatori politici sostengono che la tutela dei “campioni nazionali”
prevede una chiara, anche se può essere non condivisibile, visione del “sistema
Paese”; secondo costoro in Italia questa visione non c’è e ci fermiamo ad interessi molto più particolaristici.
[3]
In “The ways out of the crisis and the building of a more cohesive world” del
2009, Stiglitz e Fitoussi ci dicono che le radici strutturali della crisi
poggiano su una “domanda mondiale debole” causata da un’iniqua distribuzione
dei redditi iniziata negli anni ottanta, in particolare nei Paesi sviluppati
(la corsa al ribasso). Questa lettura è l’altra faccia di quelle che si basano
sulle crisi di sovrapproduzione; crisi correggibili, secondo gli autori, con
una maggiore collaborazione dei leaders nell’interesse dei popoli. Ancora lungo
questo filone neokeynesiano, una più aperta e finalizzata collaborazione tra i
Paesi a livello internazionale potrebbe dar vita ad uno scenario macroeconomico
internazionale diverso: lo dimostrano Pietro Catte, Pietro Cova, Patrizio
Pagano e Ignazio Visco nel Quaderno n.69 della Banca d’Italia, “Il ruolo delle
politiche macroeconomiche nelle crisi
globali” del luglio 2010. Purtroppo, la realtà è quella di una competizione-conflittuale
tra Paesi, tra aree regionali, tra imprese transnazionali che rifanno a diversi
padrini; dove, di fronte agli eventi, i governi si accordano solo ex post (e
mai fino in fondo) per evitare il peggio per tutti, non certo per gestire la
situazione al meglio per i popoli.
[4]
Da due anni le indagini campionarie ci dicono che le principali paure degli
italiani sono legate alla situazione economica (perdita del lavoro, costo della
vita, ecc..).
[5]
Fine anni cinquanta, inizio anni sessanta del secolo scorso.
[6]
Quelli che Ralf Dahrendorf definì come “l’età dell’oro delle democrazie
occidentali” nel libro, “Quadrare il cerchio” del 1995.
[7]
Però i “Farm Bills”, invece di determinare politicamente, con riunione dei
ministri agricoli della Ce, i prezzi agricoli d’intervento (con i ritiri dal
mercato da parte degli enti statali preposti, in Italia era l’AIMA), lasciavano
che il prezzo si formasse sul mercato, poi intervenivano con un’integrazione di
reddito all’agricoltore se il prezzo di mercato fosse risultato inferiore al
prezzo ritenuto idoneo per un’adeguata remunerazione (metodo del deficit
payments).
[9]
Qualcuno dice che la PAC fu messa in crisi dal suo stesso “successo”.
[10]
Grano, latte e derivati, carne, ecc..; da italiani abbiamo sempre fatto notare
che erano quasi tutti prodotti dell’agricoltura continentale.
[11]
Dorato per l’ammontare dei finanziamenti, di cui anche qualcuno “non agricolo”
usufruì ampiamente, che però non hanno
impedito che il settore abbia, tutt’oggi, un reddito medio pro capite
inferiore del 40% a quello di altri settori.
[12]
Ad esempio, il compianto Secondo Tarditi, un esperto di PAC ingaggiato dalle
nascenti organizzazioni dei consumatori.
[13]
Sostanzialmente, esse esportavano facendo del “dumping commerciale”.
[14]
Dai primi aggiustamenti come le “quote latte“ e le misure compensative del
1984, alla riforma Mc Sharry del 1992, poi Agenda 2000 nel 1999, la riforma
Fischler del 2003, l’Health Ceck della PAC del 2008, ed ora il nuovo
appuntamento in vista del 2013.
[15]
Ricordiamo che gli attivi
finanziari globali sono oltre quattro volte il PIL mondiale (240 trilioni di
dollari contro 54 trilioni di dollari): una sproporzione che può modificare di
per se stessa la nozione stessa di sistema economico, di economia.
[16]
Quindici anni fa, in una stalla francese della Savoia, si poteva leggere una
frase che, tradotta un po’ grossolanamente, suonava così: “non vogliamo più
terra, vogliamo dei vicini”.
[17] In
particolare sementi, fitofarmaci e fertilizzanti, fino alle sementi geneticamente
modificate (gli Ogm) .
[18]
Esportazioni spesso realizzate da multinazionali dei Paesi sviluppati. Anche in
un caso di successo dei Pvs, come la conquista del mercato internazionale della
soia da parte dei produttori brasiliani a discapito di quelli statunitensi, è
interessante notare coma la soia statunitense fosse esportata prevalentemente
dalla Archer Daniels Midland, mentre la
soia brasiliana è esportata prevalentemente dalla Archer Daniels
Midland.
[19]
Prescindendo, per un attimo, dalle questioni della “sostenibilità”.
[20]
Nel senso che anticipò la riflessione e la reazione organizzata e culturale
dell’associazionismo agricolo.
[21]
Oggi diciamo che può essere utile contro i danni del “cambiamento climatico”.
[22]
Da un documento del CISA del settembre 2006 , “Appello alla mobilitazione –
Vincere la fame si deve”.
[23] Per non
discriminare tra le religioni potremmo dire, i “sacerdoti”…
[24]
Anche l’Australia, la Nuova Zelanda e il Canada, ma questi non erano Pvs.
[25]
Questo è il trend di fondo della globalizzazione, ma il volto che esso assumerà
è nella responsabilità delle classi dirigenti; infine, poiché qualcuno insiste
sul fatto che “la storia siamo noi”, è anche nella nostra responsabilità.
|
|